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Lake Garda 42: c’è una differenza tra correre una maratona e viverla

Il paesaggio appartiene a chi lo sa guardare” Upton Beall Sinclair

Parto con una premessa: questa maratona non era in programma.

Ma, dopo lo stop, quando ho ricominciato ad allenarmi, a un certo punto mi è tornata la voglia di correre una maratona.

Era fine gennaio: troppo tardi per me per impostare una preparazione seria con un obiettivo di tempo, troppo tardi per pensare al personale.

Ma non era quello di cui avevo bisogno. Volevo semplicemente correre, cosa che per qualche mese mi era mancata.

Allora ho scelto una gara per il percorso: Lake Garda 42. Panoramica, primaverile, sul lago più bello d’Italia.

Si parte da Limone sul Garda, (non puoi non accorgertene, se la tirano con i limoni tanto da farti pensare di essere sulla Costiera Amalfitana 😂) sponda occidentale, con il lago strettissimo tra le montagne e le pareti di roccia che scendono quasi nell’acqua.

Il percorso risale la sponda verso nord fino ad Arco, sopra Riva del Garda, e poi torna indietro, sul bordo del lago, con le montagne del Trentino da entrambi i lati.

Non è piatto. La prima parte è muscolare:  pendenze brevi ma piccanti, asfalto un po’ sconnesso in certi tratti, niente di impossibile ma abbastanza da farti capire che non puoi arrivare al 30esimo con le gambe fresche se non ti gestisci bene nei primi 21 km.

Problema: il paesaggio è talmente bello che smetto di controllare il ritmo come si deve. Il lago, le rocce, la luce di aprile su quell’acqua, ogni tanto alzo gli occhi e mi dimentico di essere in gara.

Arrivo alla mezza poco sopra 1h35′. Troppo forte. Lo so nel momento esatto in cui guardo il  display

So esattamente cosa ho fatto nei mesi precedenti,  dove ho lavorato bene e dove avrei potuto fare di più. Non ci sono alibi o scuse: quello che hai, quello porti in gara.

Ma è qui che realizzo qualcosa: non penso “ora come caxxo faccio ad arrivare in fondo?” Penso “in qualche modo arrivo in fondo.”

È una differenza sottile, ma è tutto.

Evidentemente ad un certo punto è successo, la maratona ha smesso di farmi paura… sono diventata una maratoneta vera.

Dal 25esimo chilometro si alza un vento contrario abbastanza fastidioso.

Non devastante, ma quel tipo di vento che non ti fa mai dimenticare di essere lì, costante, persistente, leggermente scocciante, ma in maratona  ci sono sempre gli ospiti “inattesi” (in realtà mi avevano avvisato ma non ci avevo davvero creduto 🤣 )

Poi, come sempre, arriva quel momento:

Il corpo smette di comportarsi come si era comportato fino a lì, le gambe diventano qualcosa di separato da te, e la testa deve fare un lavoro diverso. Non più gestire il ritmo, ma gestire se stessa.

Quanto manca?

Ce la faccio a tenere?

Prova a spingere un po’ di piu’!

No, aspetta ancora un po’!

Al 36 esimo ero morta! Non c’è altro modo per dirlo 🤣

150 metri di dislivello positivo su 42 km non sembrano molto sulla carta. Sul corpo, al 36esimo chilometro, dopo una prima mezza troppo veloce e venti km di vento, si sentono tutti. Le gambe erano finite 😛

Arrivo in fondo. 3h23’40”, passo medio 4’50″/km.

Non è il mio personale. Non doveva esserlo l’avevo deciso a gennaio, prima ancora di iscrivermi. Ma è una maratona finita, la numero DODICI

Finire una maratona ha sempre qualcosa di quasi surreale quando sei lì, hai superato il traguardo, e per qualche secondo non sai esattamente dove mettere i pensieri.

Eppure ci sarà qualcosa di diverso tra la prima maratona e la quarta, la quinta, la sesta…

In alcune gare sei concentrato solo sul cronometro, sul ritmo, sulla prossima tacca di gel. E poi ci sono gare in cui a un certo punto alzi gli occhi e sei semplicemente felice di essere lì, anche morta al 36esimo chilometro

La Lake Garda 42 è una di quelle

La consiglio?

Sì, senza riserve. Non è una gara da PB assoluto, se sei un runner veloce e cerchi un percorso piatto. Il profilo non è impegnativo, ma non è nemmeno semplicissimo. Il percorso però è bellissimo.

E poi c’e’ il vento…

Insomma se vai sul Lago di Garda pensando di portare a casa solo il tempo, rischi di perderti la parte più bella.

Perché se, anche solo per un momento, durante quei 42 chilometri ti capiterà di alzare gli occhi e di guardarti intorno, capirai che quella sensazione lì  non te la dà nessun cronometro.

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