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La maratona di Boston, i social e quella cosa che chiamiamo eroismo

“Corri quando puoi, se non puoi, cammina e, se non puoi camminare, striscia. Fai quello che devi, ma non mollare.” Dean Karnazes


Per diversi giorni dopo la maratona di Boston, sui social sono andati virali video di qualcuno che aveva preso alla lettera questa frase.

Atleti che arrivano al traguardo letteralmente strisciando per terra, che fanno fatica a reggersi in piedi , che procedono camminando a zig-zag…

Sotto: cuori, applausi, “sei un eroe”, “che forza mentale”, “grandissimo.”

Mi sono fermata a guardare quei video più di una volta e, sinceramente, non sono riuscita a vedere l’eroismo.


Faccio una premessa: non sto parlando del singolo atleta.

Non conosco la storia di ognuno di loro. Non so se avevano dedicato quella gara a qualcuno. Non so se era la prima maratona in assoluto o la prima dopo un infortunio lungo, dopo un lutto, dopo un periodo buio. Non so niente di lui o di lei.

E proprio per questo non è mia intenzione giudicare gli atleti.


Quello che mi ha colpito e ha catturato la mia attenzione è il messaggio che, tramite i social, stiamo mandando collettivamente.

Perché una cosa è la persona. Un’altra cosa è cosa scegliamo di celebrare.

Ho corso tante maratone, due a Boston…

Alcune sono andate alla grande, altre hanno richiesto tanta fatica e concentrazione per arrivare in fondo.

Ho avuto giornate in cui avrei potuto continuare a correre ancora dopo la finish line e altre in cui non riuscivo a trovare il ritmo e avrei voluto fermarmi…

Ma c’è una differenza tra una maratona sofferta, che è quasi sempre parte del gioco, e arrivare al traguardo senza riuscire a stare in piedi.

La prima è corsa.

La seconda, secondo me, è un segnale che qualcosa, da qualche parte nella preparazione o nella gestione della gara, non ha funzionato.


Se pensiamo solo alla forza mentale che un simile gesto puo richiedere:

Chapeau… Davvero…

Il corpo, per natura, vuole evitare il dolore. Andare oltre quei segnali richiede una testa fuori dal comune. Su quello non ho niente da dire , anzi, mi tolgo il cappello.

Ma una cosa è avere testa, un’altra è passare il messaggio che spingersi fino al collasso sia l’obiettivo, o peggio, la prova di quanto ami quello che fai.

Secondo me non lo è.

Dimostri quanto ci tieni, allenandoti con costanza, andando a correre anche quando sei stanco o in condizioni meteo avverse…


Quando preparo i ragazzi per la maratona , il mio obiettivo non è mai “arriva in fondo a qualunque costo.”

È sempre “arriva in fondo in modo che, quando attraversi quel traguardo, tu abbia voglia di rifarlo ancora”.

Perché secondo me quello, quello è correre una maratona.


Boston è la gara più bella del mondo.

Ha una storia, un’anima, un significato che poche altre gare al mondo hanno. Per me arrivarci ha richiesto una qualificazione e tanto allenamento per guadagnarmi quel pettorale…

Proprio per questo mi dispiace quando diventa il palcoscenico di immagini che, celebrate così, rischiano di mandare il messaggio sbagliato a chi si avvicina alla maratona per la prima volta.

Il messaggio che soffrire al limite del collasso è normale.

Che è quello che deve succedere per poter essere celebrato come qualcuno che ha fatto qualcosa di grande.

Che se non arrivi distrutto, non ti sei impegnato abbastanza.

Non è così.


Il nostro corpo è un mezzo eccezionale e ci può far fare cose che non pensavamo poter fare, ma, proprio per questo il  corpo va ascoltato. Va rispettato.

Una maratona fatta bene non è necessariamente quella più veloce.

È quella in cui arrivi integro, fisicamente e mentalmente, e in cui, magari, trovi anche il tempo di alzare gli occhi e guardarti intorno.


Ovviamente questa è la mia opinione, basata sulla mia esperienza e su come mi piace vivere la corsa in generale e la maratona in particolare. Non per forza la vostra.

Anzi, sono curiosa: voi cosa ne pensate? È eroismo, è incoscienza, o c’è una zona grigia nel mezzo?

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