Gare, Influencer, Maratona, Pensieri di corsa

Quando il risultato diventa contenuto: quanto siamo disposti a sacrificare per raccontare il risultato che volevamo?

La verità è raramente pura e non è mai semplice. Oscar Wilde


C’è una foto che in questi giorni sta facendo il giro del mondo della corsa:
una ragazza, ancora in abbigliamento da gara e il pettorale addosso, seduta sul portapacchi di una bicicletta durante la Maratona di Berlino…


La ragazza è una fitness influencer cinese (il nome è irrilevante) seguita da oltre mezzo milione di persone e il 27 settembre ha corso la Berlin Marathon.

Più o meno

La foto di lei in bici sarebbe stata scattata intorno al 38° chilometro, ed è poi risultato che il suo tratto più veloce dell’intera maratona è stato proprio quello tra il km 35 e il km 40, corso oltre sei minuti più velocemente dei cinque chilometri precedenti.

Si perché l’influencer ha poi celebrato sui social il suo PB.


Perché al traguardo lei c’è arrivata, con il tempo di 4h53’46” (e qui si potrebbe aprire un’altra parentesi, ma andiamo oltre)

Poi però sono arrivate le fotografie,  i dati con i rilevamenti ufficiali e anche le domande…
qualche giorno dopo le scuse della ragazza che
ammette di essere salita sulla bicicletta, riconosce di aver violato il regolamento e soprattutto ammette un’altra cosa, forse ancora più interessante di quella fotografia: di aver deliberatamente nascosto l’episodio quando ha raccontato la propria gara dopo il traguardo.
Lei stessa definisce quel comportamento disonesto e contrario allo spirito della competizione

Ed è proprio qui che questa storia, almeno per me, smette di essere semplicemente la storia di qualcuno che ha barato a una maratona.


Secondo la sua ricostruzione, intorno al 38° chilometro si sarebbe sentita male,  avrebbe vomitato, sarebbe caduta e avrebbe pensato di ritirarsi. A quel punto sarebbe salita sulla bicicletta di un’amica per cercare un ufficiale di gara.


Poi però avrebbe deciso di continuare e sostiene di essere tornata nel punto esatto in cui era salita sulla bici, senza quindi accorciare il percorso.

È la sua versione dei fatti e, almeno al momento in cui scrivo, non c’è una ricostruzione ufficiale della Berlin Marathon che permetta di stabilire esattamente cosa sia successo in quei chilometri.

Ma c’è una cosa sulla quale, credo, non serva nessuna indagine.
Stare male al 38° chilometro non è una colpa.
Fermarsi non è una colpa.
Ritirarsi non è una colpa.
E se stai male, salire su una bicicletta può persino essere una scelta molto più intelligente che continuare a correre.

Una maratona può andare male.
Puoi prepararla per mesi e svegliarti la mattina sbagliata. Puoi sbagliare ritmo. Puoi avere problemi gastrointestinali (presente 🙋🏼‍♀️ ). Puoi arrivare al trentesimo chilometro e scoprire che semplicemente quel giorno il tuo corpo non ne vuole più sapere.

Succede. È sport.

Il punto interessante di questa storia, quindi, non è secondo me ciò che accade al km 38.
È quello che succede dopo.

Una volta arrivati al traguardo tutti noi abbiamo, da sempre raccontato le nostre gare.
Prima agli amici.
Poi su Facebook.
Adesso su Instagram, Strava, TikTok.
E non c’è niente di male.
Anch’io lo faccio da anni.

Il problema a mio parere nasce  quando, a forza di raccontare quello che facciamo, iniziamo inconsapevolmente a fare le cose pensando a come potremo raccontarle.

Una maratona non è più soltanto una maratona.
Diventa un post.
Un reel.
Una fotografia sotto il Brandenburg Gate.
Uno screenshot di Strava.
Un tempo da mettere nella caption.
Un PB.

E a quel punto una gara andata male diventa molto più difficile da accettare, perché non dobbiamo soltanto fare i conti con la nostra delusione.
Dobbiamo anche raccontarla.
E raccontare un fallimento è decisamente meno gratificante che raccontare un successo.

Ma il PB di chi è?
Questa storia mi ha fatto pensare soprattutto a una cosa.
Un personal best ha valore perché dietro quel numero sappiamo che esistono delle regole condivise.
42,195 chilometri.
Dalla partenza all’arrivo.
Con le proprie gambe.
Non importa se impieghiamo due ore e mezza, quattro ore o sei.

Il numero acquista significato perché accettiamo tutti lo stesso gioco.
Ed è forse per questo che la reazione del mondo della corsa è stata così forte.
Non perché qualcuno abbia percorso qualche centinaio di metri seduto su una bicicletta.
Ma perché dopo quella bicicletta c’è stato comunque bisogno di quel PB.

Quasi che dire:
“Sono stata male al 38°, mi sono fermata e la mia maratona è finita lì”
non fosse una storia abbastanza bella da raccontare.
E invece forse era proprio quella la storia.
La parte che i social fanno più fatica a raccontare perché sembra che ogni gara debba necessariamente produrre qualcosa che valga la pena mostrare:
Una medaglia.
Un tempo.
Un PB.
Una storia di sofferenza.
Una storia di riscatto.
Qualcosa.
E facciamo molta più fatica ad accettare che, qualche volta, il risultato possa essere semplicemente:
oggi non è andata.
Tre parole che sui social funzionano malissimo.
Ma che nello sport vero esistono eccome

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